Non avrei mai pensato di sperimentare l’Ayurveda in Italia, invece è successo. Fra le cime delle Dolomiti, in Alto Adige, c’è un boutique hotel dove è possibile riconnettersi con sé stessi, alleggerire mente e corpo sfruttando il potere curativo della medicina tradizionale indiana.
Ho passato tre giorni nel primo hotel ayurvedico dell’Alto Adige. Sono tornata da due settimane e continuo a pensarci. Continuo a pensare alla sensazione di benessere che ho sperimentato e che lì per lì mi sembrava strana — non siamo, in fin dei conti, così tanto abituati a stare bene — ma che poi ha iniziato a piacermi sempre di più. E alla quale ci si abitua molto velocemente.
Quando sono arrivata ad Engel Ayurpura avevo l’idea di passare un fine settimana rilassante con mia madre. Lei, ancora più ignara di me di ciò che ci avrebbe aspettate, anche.
Mi ero già approcciata all’Ayurveda in passato: ne avevo letto, avevo avuto modo di provarne la cucina, avevo fatto qualche test online — di dubbia affidabilità — per scoprire la mia costituzione e (avrei imparato poi) il mio vikruti, cioè quali dosha (le 3 energie vitali che governano ogni individuo) fossero in disequilibrio. Ma nulla più.
Di certo non avevo idea che mi sarei ritrovata a passare il 90% del mio tempo avvolta in un accappatoio, a cenare con un turbante in testa senza vergogna e ad urlare con le mani a pistola di prima mattina.

Il primo approccio con l’Ayurveda in Italia è stato in un hotel delle Dolomiti
Il programma è molto semplice: yoga al mattino, colazione, pranzo, meditazione e cena. In mezzo, i trattamenti previsti dal tuo piano di cura, definito durante un primo incontro introduttivo: la consulenza con il medico ayurvedico.
Sul letto, un piccolo vademecum con su scritto “la fiducia è la forma più bella di coraggio” ti dà tutte le informazioni necessarie per affrontare i giorni successivi. Leggendo che alcune cure richiedono l’assunzione di ghee caldo e brodo, appena svegli e a stomaco vuoto, capisco che “fidarmi” è la cosa più semplice che possa fare in quel momento.

Faccio la mia consulenza con Malik, dottoressa ayurvedica indiana che vive e lavora a Londra e che in quei giorni è in sostituzione del medico residente, il Dr. Mahajan Parth Sudhir.
Ancora prima di procedere con la lettura del polso — Nadi Pariksha in sanscrito, dove Nadi significa letteralmente “canale” (riferendosi ai flussi energetici e sanguigni), mentre Pariksha significa “esame” — riconosce in me uno squilibrio nei dosha Vata e Pitta. Le è bastato guardarmi, sapere che il reflusso accompagna regolarmente le mie giornate da due anni e intravedere occhi e pelle poco idratati.
Sono uscita da quella stanzetta con la mia lista di trattamenti ma, soprattutto, con un foglio scritto a penna che ora tengo come una reliquia sul comodino. Ci sono segnate la mia night routine personalizzata e un’altra serie di consigli che sto già sperimentando.
Ho scoperto che quel famoso “ghee” che tanto mi spaventava è considerato “oro liquido” nella medicina tradizionale indiana, che lì viene autoprodotto e che più è vecchio più è ricercato, perché aumenta le sue proprietà di purificazione dell’intestino, penetrando meglio nei tessuti e favorendo l’assimilazione dei nutrienti. E no, non ho dovuto assumerlo a stomaco vuoto ma sì, ora devo spalmarlo nelle narici prima di dormire.

La dieta ayurvedica: il cibo per bilanciare i «dosha»
Dopo una prima lezione di meditazione, ci aspetta la cena: crema di sedano rapa con olio al cardamomo e nocciole tostate, seguita da un timballo di zucchine con pinoli e uvetta stufati al curry, coriandolo e menta. È studiata per essere leggera e conciliare il riposo notturno. E, come le portate di un ristorante gourmet, sazia senza appesantire.
Sul tavolo del buffet non c’è il buffet, ma una selezione di tisane alle erbe alpine, dal profumo intenso di montagna, e anelli di mela essiccati a disposizione degli ospiti tutto il giorno. Noi ne approfittiamo come treat al posto del dolce. Nella dieta ayurvedica non sono contemplati né caffè né alcol perché alterano l’equilibrio psicofisico e sovraccaricano l’organismo. Nessun problema per me, che sono già abituata a farne a meno da tempo.
Mi gusto la cena, gustosa e delicata, ma ho esagerato con la tisana e mi sento gonfissima. Così usciamo a fare due passi nel paesino di Nova Levante, che ancora si gode il riposo prima dell’ormai imminente stagione estiva. Le serate lunghe di fine maggio ci permettono di goderci il tramonto sul Catinaccio.



Alle 20:30 siamo già in camera. Fuori, però, è ancora chiaro, quindi apriamo la grande porta finestra che dà sul terrazzo con vista sui monti e sulla vallata e ci godiamo un po’ di arietta fresca.
È suggerito limitare l’uso del telefono, quindi riprendo in mano il vademecum che era sul letto. Alla sezione “Bere” leggo: “Si dovrebbe bere solo al di fuori dei pasti, cioè 30 minuti prima o dopo aver mangiato, e non durante il pasto. Questo ha un effetto positivo sulla digestione”. Bene, svelato il mistero del mio mattone sullo stomaco. Dopotutto ho bevuto “solo” mezzo litro di tisana mentre mangiavo.
Il giorno dopo, al nostro secondo incontro, la dottoressa mi dirà che, per la mia costituzione, dovrei sempre bere a piccoli sorsi e mai tutto d’un fiato. Molto bene.
Qui non c’è più niente da fare: chiudiamo le tende e ci mettiamo a dormire.


Prendersi cura di sé: i trattamenti Ayurvedici come unico impegno della giornata
Svegliarmi prima delle 6 — tempo di Vata, come suggerito nel foglietto — non mi pesa. Da fotografa adoro l’alba, quindi non resisto a uscire in terrazza per godermi la pace di quel momento accompagnandola con una tisana tiepida per risvegliare l’intestino.
Sto entrando nel ritmo ayurvedico in maniera naturale, e comincio a sentirne i benefici. Quell’ansia del “cosa devo fare oggi” che di solito mi accompagna ad ogni risveglio inizia a placarsi piano piano.
È come se, guardando l’agenda, l’unica task del giorno fosse “prendersi cura di sé”. Solo che, nella realtà, si traduce in questa sequenza che si ripete: yoga, colazione, trattamento Abhyangam, pranzo, consulenza di controllo, trattamento Shirodhara, meditazione, cena.
Così alle 7.30 sono già sul tappetino a respirare profondamente e ad allungare i muscoli. Prendo coscienza del mio corpo, salto, shakero tutto. È così che mi ritrovo a liberare la rabbia in un urlo mentre affondo le braccia verso terra con le mani a pistola. Questa pratica nell’Utkata Konasana (Posizione della Dea) fa parte del Kali Pranayama, o respiro di Kali. È la prima volta che la provo. Funziona.
Finiamo giusto in tempo per la colazione. Mixo il porridge ayurvedico con quello classico, poi aggiungo: noci, un’albicocca essiccata, pera cotta con cumino, lamponi caldi e una spolverata di cannella. Mi siedo fuori per godermi l’aria fresca e fare il pieno di vitamina D mentre il sole mi scalda la pelle.
In piscina c’è già qualcuno che nuota. Io ci andrò più tardi, dopo aver passato 15 minuti nella Forest Biosauna, da sola, per la prima volta completamente nuda, perché ci siamo solo io e gli alberi ad accarezzarne le vetrate.
Ho un po’ di tempo prima del prossimo trattamento, quindi mi cambio, infilo costume e accappatoio. È questo l’outfit del giorno: è richiesto vestirsi solo per la cena.
«Cosa faccio adesso? Posso davvero concedermi il lusso di non fare niente?»
Non riesco a spiegare questa sensazione che, all’inizio, per molti può sembrare noia.
Decido semplicemente di stare nel momento presente, di riposare, di prendermi del tempo. Ma quando mi ricapita? Sulla mente ha un effetto potente: lascio andare tutto. È quasi destabilizzante. Me ne rendo conto ancora meglio ora, di quanto sia difficile replicare quello stato d’animo e di quanto mi manchi. Fa parte della cura.




A risvegliarmi ci pensa Damodaran durante l’Abhyangam, terapista indiano del Kerala. Grazie a lui scopro di avere importanti contratture muscolari ai lati delle scapole che coinvolgono tutta la parte cervicale. Ha provato a scioglierle e io ho urlato, di nuovo, ma questa volta per il dolore.
Mi spiega che ci vorrebbero almeno 4 o 5 trattamenti per risolvere il problema, ma io resto solo il tempo di un fine settimana, quindi mi dà degli esercizi da fare a casa. Nel frattempo, per ridurre la soglia del dolore, ascolto il suo consiglio :«breathe in, breathe out» (da leggere con accento indiano) e concentro lo sguardo sulla ciotola d’acqua con fiori bianchi e lilla messa sotto il lettino su cui ero stesa a pancia in giù.
Per fortuna, nel pomeriggio entro in uno stato di rilassamento profondo con lo Shirodhara. Questo è un trattamento della medicina ayurvedica che sono sempre stata curiosa di provare: una colata di olio caldo medicato sulla fronte, in corrispondenza del terzo occhio (Ajna Chakra), in grado di trasportarti in un’altra dimensione. Ho rilasciato ogni tensione, fino a perdere la cognizione del tempo.
Con i capelli completamente unti d’olio, avvolti in un turbante di carta assorbente, sono andata a seguire la pratica di meditazione e poi a cena. Senza vergogna. Arrivati a quel punto, cade ogni pudore.


Il giorno dopo si ripete tutto: stesso pattern, ma con trattamenti diversi. Uscendo dalla spa incrocio una signora in accappatoio con il turbante in testa, ci scambiamo uno sguardo d’intesa e un sorriso. Siamo tutte e tutti nella stessa barca, alla ricerca di un po’ di relax che qui, ad Engel Ayurpura, diventa un’esperienza trasformativa, anche solo per il modo in cui si approccia alla giornata.
Quanto a me e mia madre, dopo tre giorni ci siamo ritrovate a intraprendere il viaggio di ritorno verso casa con mente e corpo più leggeri e con due valigie intonse, piene di vestiti che non abbiamo avuto necessità di usare. Ma soprattutto con una consapevolezza quasi dimenticata: quella di potersi fermare senza sentirsi in colpa.
Da allora continuo a pensarci, soprattutto nelle giornate più caotiche, e a chiedermi quanto sarebbe diverso il nostro equilibrio se imparassimo davvero a rallentare. Credo che servirà tornarci presto, e per più tempo, anche a costo di sperimentare la purgazione.

Grazie per aver letto fin qui.
I pacchetti delle cure ayurvediche di Engel Ayurpura si possono consultare sul sito: partono da un minimo di 2 giorni fino a un massimo di 21 e vanno aggiunti al costo della camera.
Se ti piacciono gli hotel di design
Ti invito a leggere la sezione dedicata su The Tomato Soup, potresti trovare altri spunti interessanti. Per esempio, se ami la montagna, c’è un articolo sui 20 hotel di design da provare nelle Dolomiti o su un esclusivo rifugio fra le Alpi austriache.
Ogni suggerimento è ben accetto e, se conosci qualche struttura che val la pena di essere raccontata, fammelo sapere a fondo pagina nei commenti, sarò felice di scoprirla.
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A presto, Sabrina
Questo articolo è stato supportato da Raffaelli Consulting ed Engel Ayurpura
Cover photo: Courtesy of Engel Ayurpura








